Avevo circa tre anni quando ci siamo trasferiti fuori città, in una casa più grande. Finalmente la mia cameretta, finalmente aria nuova.
Ero sollevata, perché la vecchia sala della casa in cui vivevamo mi pesava addosso: era carica di voci, suoni distorti, una vibrazione appiccicosa che sembrava restare nella pelle anche quando me ne andavo. Non era una presenza neutra, era sgradevole, invasiva, come una membrana appiccicosa che non se ne va, che crea interferenze e rumore statico, sintonizzato sulla paura.
Quando quella densità diventava troppa, mi rifugiavo nello sgabuzzino con qualche giocattolo. Solo lì ritrovavo silenzio e spazio per respirare.
Allora non sapevo ancora dare un nome a tutto questo, non mi ero resa conto che stavo perdendo il mio senso di interezza naturale, dimenticando dettagli di quegli Esseri che già si erano mossi al mio fianco.
Il trasferimento portava cambiamenti, nuove abitudini, nuove amicizie e nuove esperienze. Di giorno il rumore della vita e quello causato dallo strato distorto appiccicato su di me, sembravano aver spazzato via i ricordi di interazioni con Esseri a me familiari così come quelle sensazioni meno piacevoli vissute nella casa vecchia, allo stesso tempo ahimé avevo sostituito la zona pulita del ripostiglio con il rumore stesso che era diventato un rifugio per zittire il mio sentire. Con l’avvicinarsi della serata e la notte tutto diventava più udibile, percepibile e a volte visibile, soprattutto i miei sensi si riaccendevano.
Sentivo che, oltre agli spiriti delle persone defunte, c’erano altri Esseri… “nuovi”. La distorsione… che brutti scherzi che fa, vero?!
Non erano nuovi, ma la frammentazione aveva già giocato i suoi brutti scherzi.
A volte le persone mi hanno chiesto se i miei genitori fossero al corrente della cosa, sì ma loro non vedevano o percepivano nessuno. Così, quando di giorno o di notte correvo da loro dicendo “C’è qualcuno in camera”, convinti di rassicurarmi, mi spiegavano che non c’era nessuno, ma per me la realtà era un’altra. Non riuscivano neanche ad immaginare cosa stesse accadendo. I tempi son cambiati e negli ultimi anni hanno conosciute persone con esperienze simili alle mie e per quanto non vivano tutto questo in maniera diretta, ora sanno che il mondo è un po’ più tondo e sfaccettato rispetto a quello che pensavano in passato.
Torniamo ai miei contatti, in particolare quelli che avvenivano la notte. Percepivo che ai piedi del letto c’erano degli Esseri (nuovi), sentivo la vibrazione, il fruscio dei piedi sul pavimento e la sensazione di essere chiamata. Dormivo e mi svegliavo con la sensazione di essere stata chiamata, sentivo che qualcuno richiamava la mia attenzione. Non ricordo di aver provato paura nei loro confronti. Ero più intenta ad aguzzare la vista, fisica e non, per capire chi fossero. Mi veniva da ridere. Quello che pensavo era che fossero bambini o erano divertenti come bambini. La sensazione era piacevole e divertente.
Nitido dentro di me, ancora oggi, è il ricordo di alcuni sogni ricorrenti, sempre uguali. Stavo dormendo, e mentre ero addormentata avevo la sensazione di essere portata in braccio da qualche parte. Non mi sentivo nel letto. Sembrava una sorta di sogno. Poi, dentro al sogno, mi svegliavo. Ero in piedi, e insieme a un Essere che sembrava davvero alto entravamo in una stanza.
Dovevamo aspettare lì, all’inizio di quella stanza lunga e rettangolare. Dovevo essere paziente, perché era importante non spostarsi da quel punto.
A me sembrava una sala d’attesa. Alla mia destra, nella parte alta della parete, c’erano delle finestre o delle luci che emettevano una luce intensa. In fondo, nel lato opposto a quello in cui eravamo noi, si vedeva l’ingresso verso un altro corridoio. Non c’era una porta. Era buio, e io non dovevo spostarmi in quella direzione finché la luce in quel corridoio rimaneva spenta.
L’Essere che mi accompagnava era gentile, ma quelle istruzioni erano categoriche. Capiva che ero una bambina e volevo correre a giocare, ma prima dovevo essere paziente.
Io non ho fratelli o sorelle, ma il suo tono sembrava quello di un fratello maggiore che si stava prendendo cura di me.
Dopo un po’, le luci nell’altro corridoio iniziavano ad accendersi. Nel momento in cui sarebbe stato visibile un altro Essere, allora sì che ci si poteva avvicinare con calma.
Per quello che ricordo ancora oggi, visto da lontano sembrava molto alto, con la pelle grigio scuro come quella di uno squalo. La testa un po’ lunga, mi ricordava quella dei polipi o aveva comunque una forma arrotondata che me li ricordava. Le braccia erano sottili e lunghe.
Non so dire se fosse identico a quello al mio fianco, perché io ero in piedi accanto a lui. Curiosa come sono, avevo provato a guardare, ma una volta avvicinato lo sguardo alla sua spalla, non vedevo più niente.
Questi potremmo definirli “incontri alieni” nel senso più vago del termine, senza far riferimento ad alcuna razza specifica.
Nel momento in cui raggiungevamo la soglia dell’altro corridoio, c’era un lampo di luce. Io probabilmente mi riaddormentavo in quella parte del sogno nel sogno, perché quando mi svegliavo capivo di essere altrove. L’aria e l’atmosfera sembravano vibrare e produrre onde impercettibili. Sentivo che la mia attenzione era molto focalizzata su di me e sui movimenti del mio corpo, e così la visione degli ambienti che mi circondavano era solo parziale.
Qualcuno alle mie spalle mi guidava lungo dei corridoi. Non ricordo molta luce. Venivo accompagnata da un dottore che mi avrebbe visitato facendomi delle domande.
La sensazione era che fosse qualcuno di familiare e che mi conoscesse molto bene, io ero tranquilla, quasi divertita. Il viso da quel che mi ricordo sembrava sempre lo stesso, l’aspetto era umano ma che fosse la mia mente a tradurlo così o una screen memory nei fatti non cambia nulla.
Sicuramente, quando ero piccola, aveva una pazienza e dolcezza infinite. Mi metteva a sedere su un mobiletto — già questa cosa era divertente — e mi chiedeva come stavo e cosa avevo imparato. Poi mi addormentavo. Successivamente mi risvegliavo in camera mia, nel cuore della notte.
C’erano anche altri bambini come me. A volte imparavamo in una classe tutti insieme, altre volte venivamo portati nella nostra stanza di apprendimento personale. Da adulta, negli anni, alcuni dettagli sono cambiati e altri no.
Oltre a queste forme di contatto ce n’erano anche altri, che io per molto tempo ho identificato come inquietanti. Allora lo erano, ora so che erano situazioni durante le quali la mia mente faceva fatica a comprendere l’intensità di ciò che stava vivendo, perché non aveva ancora gli strumenti necessari per comprendere. Solo eventi più recenti hanno rivelato la coerenza e risonanza all’interno di un disegno molto più ampio.
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