Avevo quattro, forse cinque anni. Era dicembre, alla scuola materna ci stavamo preparando per il Natale. Quel giorno avremmo dovuto creare un lavoretto per i nostri genitori. Le maestre avevano disposto i tavoli uniti a isole, così ognuno di noi poteva avere abbastanza spazio per modellare il DAS, dipingere, e poi lasciare asciugare tutto senza pasticciare i lavori degli altri.
Ero contenta, mi sono sempre divertita a usare il DAS. In quell’occasione avremmo dovuto creare un medaglione di circa 20 cm e incidere sulla sua superficie la sagoma di un angioletto. Avevo preparato il medaglione, ma nel momento in cui avrei dovuto tracciare la figura dell’angioletto, mi sono bloccata: non sapevo cosa intendessero loro con la parola “angelo” o “angioletto”.
Mentre scrivo sorrido, perché ogni volta che questo racconto riemerge in compagnia dei miei genitori, mia madre interviene dicendo:
“Ma io ti avevo insegnato la preghiera dell’angelo custode!”
Come a dire: “Io la mia parte l’ho fatta, ti ho dato le informazioni necessarie.”
E la mia risposta è sempre stata la stessa, da sempre:
“Ma io non sapevo cosa le persone intendessero quando parlavano di angeli o angioletti. La preghiera per me era un’altra cosa: una formula che si ripete per far accadere qualcosa, non un messaggio rivolto a qualcuno di esterno.”
Tornando al lavoretto di Natale, mentre gli altri lavoravano io ero lì ferma, perché mi stavo ascoltando nel corpo e nel profondo per capire se quell’informazione fosse dentro di me, o se sentissi la presenza legata a quella parola.
Ma non sentivo nulla.
Bisognava correre ai ripari, prima che la cosa saltasse fuori. Già ogni volta, all’uscita, si lamentavano con i miei nonni perché non mangiavo: il cibo aveva un sapore orribile. Ogni volta speravi che fosse mangiabile, ma di fatto era sempre peggio. Se si fosse aggiunto anche il problema dell’angioletto, sarebbe diventato un affare di Stato.
Così ho deciso di copiare gli altri bambini.
Mannaggia, ma non riuscivo a vedere nulla!
I bambini vicino a me erano completamente piegati in avanti sui tavoli e coprivano tutto.
Allora mi sono alzata, senza farmi vedere, e sono andata da uno dei miei amici ad un altro tavolo. Bisbigliando gli ho chiesto:
“Ma che cos’è l’angioletto?”
“Tranquilla, sono quelli che ti proteggono!”
“Ah ok, ho capito!”
Sono tornata al mio posto soddisfatta. Ora era tutto chiaro.
C’era ancora un piccolo dettaglio: se il cielo doveva essere azzurro, io non potevo dipingere il mio “angioletto” con il suo vero colore. Non avevo un ricordo preciso della loro pelle azzurra, ma ero certa che gli Esseri che mi proteggevano, quelli connessi a me, erano azzurri. Visto che colorare tutto di azzurro non andava bene, ho scelto il verde per il corpo: un colore non troppo diverso da quello che avevano in realtà.
Quando sono arrivata al volto, ho sentito una voce dentro di me dirmi:
“Non dipingere anche il volto di verde. Fai come gli altri bambini: volto rosa e capelli biondi, altrimenti le maestre si agitano… e poi il problema diventa tuo.”
Non volevo che accadesse niente di tutto ciò.
Per dimostrare che il mio angelo era veramente bravo, gli ho disegnato un gran sorriso.
La mia mente continuava a scalpitare però, perché dal mio punto di vista quell’aspetto non era corretto: i visi rosa erano quelli dei bambini. I “miei angioletti” non erano fatti così.
Allora, per cercare di riportare almeno un po’ di verità, ho aggiunto una serie di stelline: perché quella era la loro provenienza.
Ero, e sono ancora, orgogliosa del mio medaglione con l’angioletto.
Due considerazioni.
La prima: da bambina era ancora intatta in me la spinta a contattare il corpo e il mio campo, per verificare se le informazioni in entrata fossero vere per me.
In questo caso, i miei “angioletti” esistevano nella realtà, non erano una rappresentazione del mio spazio interiore, né il frutto di una realtà simbolica data per scontata e considerata valida per tutti, alla quale bisognava uniformarsi. Racconterò di loro nei prossimi articoli.
La seconda riguarda la mia voce interiore: quei promemoria che mi ricordavano di essere normale, non dar nell’occhio, o far agitare le persone Questa visione ha una prospettiva amara, tuttavia, perché potrebbe significare che avevo già dovuto confrontarmi con qualcuno che si turbava per quello che facevo o dicevo, ed io ero una bambina. L’altra possibilità, considerando che spesso i miei “angioletti” vengono abitualmente chiamati alieni, è che quelle fossero istruzioni per la mia salvaguardia, da ricordare e applicare nella vita di tutti i giorni.
Qualunque fosse il motivo di quelle raccomandazioni, nel tempo si sono stratificate dentro di me, e sono diventate limitazioni sulle quali è stato necessario lavorare.
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