Il mio primo ricordo di un evento fuori dall’ordinario risale a quando ero molto piccola — credo di non aver ancora compiuto quattro anni.
Era agosto, con i miei genitori ci eravamo riuniti con zii e cugini per festeggiare il compleanno di mio nonno.
Ricordo bene la casa: d’estate i miei nonni e i miei zii ci andavano in villeggiatura. Stava per diventare una giornata che si sarebbe impressa nella mia memoria.
Mio nonno voleva stappare la bottiglia di spumante, ma la cosa stava diventando impegnativa. Eravamo tutti lì, in attesa del grande evento… che però non aveva nessuna intenzione di arrivare. Sembrava che il tappo fosse incollato alla bottiglia. Era buffo. Divertente.
All’inizio pensavo che il nonno stesse scherzando, era sempre stato un gran burlone, ma poi era chiaro: quella bottiglia stava davvero vincendo.
È in quel momento che succede qualcosa.
Il tempo si dilata. Proprio mentre mi abbandono alle risate, qualcosa scatta.
Ho una sensazione netta, inequivocabile: questa scena l’ho già vissuta.
Ogni sequenza mi appare familiare, non come un ricordo, ma come un film già visto.
Comincio a fare verifiche, una dopo l’altra.
Ora lo zio si offre di aprire la bottiglia, mentre la nonna gli porge un tovagliolo per migliorare la presa.
Accade.
Ora il nonno si piega da un lato, come se stesse combattendo contro un coccodrillo.
Accade.
Qualcuno afferra la bottiglia.
Accade.
Resto stupefatta.
Mi volto verso mia madre, che è lì accanto a me, in piedi. Le chiedo se questa scena sia già successa, se ci sia stato un momento simile, magari in un altro compleanno.
Lei mi guarda: “No, è la prima volta.”
Ma io so.
C’è qualcosa che non torna, perché nel mio ricordo, io ero seduta a casa insieme ai miei genitori, e stavamo guardando questa scena proiettata sullo schermo dove mio padre proiettava i filmini della cinepresa.
C’era una differenza: la camicia aveva un altro colore.
Il compleanno del nonno, la lotta col tappo: tutto già visto, tutto già inciso.
Mi stacco da quell’immagine e guardo intorno. Mio padre sta riprendendo la scena con la cinepresa.
Unica differenza, il colore della camicia.
Click.
Qualcosa si assesta dentro.
Corro via. Mi rifugio in camera. Ho bisogno di silenzio, di stare da sola, lontana dagli altri.
Allora è vero. È successo davvero.
Senza pensarci, ad alta voce, chiedo: “Ok. Ora ditemi che cosa devo fare.”
Non sto pregando. Ho attivato una linea diretta con qualcuno che mi è familiare. Sembrava un “sono in attesa di istruzioni”.
Un po’ come nei miei “sogni tecnologici”.
Luoghi diversi, a volte futuristici, nei quali l’azione veniva interrotta per essere riscritta diversamente. Prima di farlo, dovevo rivedere la scena dall’alto, come se osservassi un labirinto di scelte o possibilità. Lì c’era qualcuno con me che mi spiegava come avrei potuto cambiare il risultato del sogno.
Poi ritornavo nel labirinto e ne ripercorrevo alcuni passaggi, con quella voce che ora mi seguiva senza essere presente nella scena ma diceva:
Gira a sinistra. Ora gira a destra. Fermati.
Da adulta mi ero convinta che quello che avevo vissuto fosse un déjà-vu.
Oggi, soprattutto grazie alle esperienze vissute negli ultimi mesi (estate 2025) e alle connessioni che sto vivendo, ho capito che non era un déjà-vu.
Non è mia intenzione dare una spiegazione ufficiale, posso solo dire che in quel momento si è aperto un varco, una curvatura nella mia percezione del tempo e dello spazio.
Se ripercorro la scena e rivivo le mie sensazioni, credo di essere entrata in uno stato di profonda risonanza con le possibilità di quell’evento.
Mio nonno cercava di aprire la bottiglia, e io probabilmente stavo cercando le possibilità di quella stessa situazione.
Ci siamo agganciati nello stesso intento, e la forte risonanza tra noi ha creato la possibilità perché tutto avvenisse.
Magari doveva semplicemente accadere.
Io, comunque, ho avuto accesso a un tempo curvo della mia realtà: una soglia che mi ha permesso di vedere lo stesso evento da una possibilità diversa, da una linea temporale differente.
In quel varco, ho incontrato una mia possibilità futura che stava osservando la scena da un’altra prospettiva.
È così che il ricordo non era un déjà-vu, ma un ritorno curvo:
una danza tra le possibilità che sono, che sono sempre state, e che possono tornare a toccarsi nel presente.
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