Non so dire con quale frequenza avvenissero quegli incontri. A volte sentivo solo il fruscio dei passi in casa, e mi addormentavo poco dopo averli percepiti avvicinarsi, oppure semplicemente sentendo la loro presenza accanto a me.
Credo di avere avuto circa 14 anni. C’è stato un sogno diverso, triste. Mi sono svegliata nel cuore della notte, seduta sul letto, con la mano sollevata, come se avessi appena finito di stringere quella di qualcuno (e non sono mai stata sonnambula). Era un gesto d’arrivederci, accompagnato dall’eco di un sussurro: “Ci saremo, ma in forma differente.” Mi dispiaceva. Non ne ero affatto contenta. Eppure, la connessione era viva. Stava emergendo un desiderio, o forse un invito: avrei dovuto raccontare di quella connessione ad altre persone.
Pensavo intendessero farlo subito, condividendo le mie esperienze con chi conoscevo in quel periodo. Quante cose dovevo ancora capire. Diciamo che il risultato non è stato quello che immaginavo.
Nei giorni successivi a “quel saluto”, sentivo ancora la connessione correre sottopelle. Prima che la mente di qualcuno parta verso supposizioni totalmente errate: no, non mi sto riferendo a impianti tecnologici. Mi riferisco a un senso interiore di riconoscimento. Era una sensazione profonda, non un’“idea” opaca o vischiosa che invade la mente e le percezioni, creando un’atmosfera cupa o un recinto invisibile oltre il quale non si può andare. Era una consapevolezza liberatoria.
Prima di espormi con le persone, ho provato a fare delle “prove anti-follia” in casa. Tipo: “Se è vero che siamo connessi, fate vibrare le tazzine sopra il televisore”, e cose del genere.
Poi ho avuto la brillante idea di raccontare un accenno di tutto questo a un’amica, pensando che il racconto avrebbe fatto fare alla nostra amicizia un salto di qualità, in termini di profondità e autenticità. Così ho pensato bene di partire dal fondo:
“Sai, mi sono resa conto negli anni che ho una connessione con questi Esseri. Accadono avvenimenti strani. Sento che è importante parlarne con le persone, e per essere sicura di essere sulla strada giusta, ho chiesto all’Universo delle controprove… e sembrerebbe proprio che siano arrivate.”
Nel frattempo, ero tutta preoccupata di come l’avrebbe presa.
Usando una espressione eufemistica il risultato di quel passo non è stato un successo strepitoso, è andata decisamente male, rispetto a come avevo sperato.
Mi sono sentita ferita e tradita. Non dall’amica, ma dalla mia fiducia in quegli Esseri. Dalla fiducia nella mia connessione.
Io mi espongo perché assecondo me stessa, perché onoro il valore di ciò che vivo… e le persone reagiscono così? Prima mi espongo, e poi vengo trattata in quel modo?!
E così ho iniziato a chiudere un’altra porta, offesa, arrabbiata.
Non quanto lo sono stata qualche anno più tardi. Era il 1993, e ho visto un film che raccontava la storia terrificante di una adduzione aliena avvenuta anni prima in America. Diciamo che mi sentivo tra il furente e l’indignato, per non parlare delle corde del terrore che erano state toccate.
“Racconta della nostra connessione?!”
Ma non esiste proprio.
Io non sono una pedina usata da Esseri senza scrupoli che si approfittano del mio candore!
Nessuna di queste reazioni è sbagliata. Sono consapevole che alcune persone abbiano vissuto esperienze terrorizzanti. Non sono qui a invalidare l’esperienza di nessuno, sia chiaro, e nemmeno a fare la parte della buonista.
Gli Esseri con i quali ho interagito io non erano malintenzionati, come pensavo allora.
Oggi, fortunatamente, ci sono più professionisti che possono accompagnare le persone a integrare esperienze simili e ritrovare maggiore serenità. Sicuramente esistono gradi di consapevolezza differenti, sia tra chi vive l’esperienza, sia tra coloro che aiutano a snocciolarla.
Ci sono anche persone che lasciano tutto così com’è, senza scavare e senza lasciar emergere gli eventi nella loro veridicità. Le emozioni in gioco, in questi casi, sono fortissime e investono direttamente il nostro senso di sicurezza.
Per comprendere cosa accade quando evitiamo di far affrontare le nostre emozioni irrisolte basta guardare alle distorsioni che i condizionamenti sociali creano nella percezione della realtà. Lo stesso fanno, per anni, i traumi emotivi.
Poi ci son quelle persone che amano cavalcare le emozioni irrisolte, proprie e degli altri, per far presa sulle persone, alimentandone la frustrazione. In pratica creano un effetto valanga, che non fa bene: non fa altro che ingigantirne la vibrazione ed è quella che si propaga.
Disconnessione e paura, nella convinzione che escludere tutto ciò che esce dalla zona di comfort equivalga a proteggersi e a risolvere la questione, nascondendola di fatto sotto un tappeto.
Le esperienze con questi Esseri alieni, ti catapultano in uno spazio fuori dal nostro controllo, nel quale la mente perde improvvisamente tutti i punti di riferimento sicuri o quanto meno familiari in un batter d’occhio.
Io non sceglierei mai di farmi aiutare da qualcuno che può influenzare il processo con la propria visione, guidando consapevolmente o meno la “risoluzione della vicenda” secondo le proprie convinzioni.
Non sceglierei qualcuno con cui non mi senta a mio agio, o che non sappia creare uno spazio sicuro, privo di interferenze (personali e ambientali) durante gli incontri. Sono momenti delicati, di estrema vulnerabilità, facilmente condizionabili.
Ma questa, sia chiaro, è la mia opinione.
La competenza nel campo è un requisito imprescindibile. Ognuno di questi eventi insieme alla persona che lo vive è una sfera complessa e multisfaccettata, che ci sfida a riconoscere quanto lo straordinario sia già parte dell’ordinario.
Richiede uno spazio di indagine che sappia creare uno spazio sicuro, protetto, che sappia ascoltare con molta umiltà e compassione e mai strumentalizzare.
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